| Egregio Direttore,
Nei giorni scorsi una ricerca promossa dal Pd e illustrata nella sede piacentina del partito dall’onorevole Paola De Micheli ha cercato di mostrare, inutilmente, gli effetti su 24 comuni dell’autonomia finanziaria. Effetti che, per i “democratici”, sarebbero da tradursi in una diminuzione delle entrate correnti pari al 15,9 per cento.
Come sempre accade, ricerche e studi che partono da assunti ideologici portano a risultati erronei. Il popolo di Bersani, tutto concentrato a cercare nuovi elementi per avvalorare l’incessante litania dei tagli ai comuni, è incappato in sviste grossolane. L’Imposta unificata sugli immobili, nel mirino degli approfondimenti “democratici”, infatti, non può essere considerata come l’unica voce che indichi la consistenza della fiscalizzazione delle entrate comunali, che potranno contare anche sul gettito derivante da una tassazione forfettaria dei redditi da locazione (cedolare secca sugli affitti al 23 per cento) e quello proveniente dalla sempre forfettaria tassazione al 5 per cento sulla regolarizzazione degli immobili nascosti al fisco, che il nuovo provvedimento aiuterà a far emergere. Due capitoli che frutteranno ai municipi almeno 5miliardi di euro. Con l’introduzione della nuova imposta sulla casa i sindaci avranno una maggiore autonomia impositiva: potranno infatti decidere se variare in su o in giù l’ammontare delle aliquote e, quindi, il gettito fiscale. In questo modo i primi cittadini avranno un incentivo in più per combattere efficacemente il sommerso e l’abusivismo che gravita attorno al settore edilizio. Le migliori premesse per aumentare la base imponibile e, conseguentemente, il gettito derivante dall’applicazione della stessa Imu.
In Italia, in base a una valutazione del Sole24Ore, sarebbero circa 530 mila le locazioni per abitazione principale non denunciate, per circa 850 milioni di Irpef non incassata. Sul fronte delle seconde case i milioni non incassati sarebbero 750. Nel complesso la nuova imposta garantirà alle amministrazioni 28,9 miliardi di euro e, al netto di Ici seconda casa, Tarsu, Tia (che già oggi confluiscono annualmente nelle casse territoriali), porterà nei confini comunali 13,6 miliardi di euro, che attualmente i proprietari di immobili versano direttamente allo stato.
Il fondo perequativo per i piccoli comuni (già previsto e in fase di messa a punto) e l’introduzione del principio dei costi standard assicureranno parità di condizioni e giustizia nel trattamento di tutti i sindaci e dei rispettivi cittadini. Come si vede la misura è perfettamente in linea con le tappe del federalismo fiscale indicate dai ministri Roberto Calderoli e Giulio Tremonti: attribuire ai comuni la titolarità, oggi statale, dei tributi dei comparti territoriale e immobiliare e concentrarli in un unico adempimento (attualmente si contano 45 differenti fonti di gettito tra regionale, provinciale e comunale). Nessun aumento per i cittadini, ma solo semplificazione e mantenimento delle risorse. Ora si capiscono le preoccupazioni della sinistra: dal momento che il federalismo realizza la coincidenza tra cosa amministrata e cosa tassata, le amministrazioni rosse non potranno più continuare ad attuare politiche clientelari (i cui costi ricadono sulla fiscalità generale) che servono a controllare i voti.
Massimo Polledri (deputato Lega Nord e componente della commissione Bilancio della Camera) |